Mendola o Mendelpass? PDF Stampa E-mail
Domenica 28 Marzo 2010 18:12

Era, pochi anni sono, uno dei più disastrosi, ma anche dei più frequentati sentieri, che met­tevano in communicazione, già fino dai tempi più antichi, la valle di Non Alta colla valle dell'Adige. il sentiero saliva, con lievi pen­denze, dai villaggi di Cavareno e di Fondo, serpeggiando Ira folti boschi di abeti e pini, fino all'in­sellatura (m. 1365) che sta tra la cima dei monte Rovègn e quella delle Largadáne, o, come ormai comunemente è detta, dei Péne­gal. Di là non scendeva ma preci­pitava ripidissimo, dirupato, sas­soso, scosceso sopra Caldáro, per congiungersi quivi alla strada che menava a Bolzano.

 

 

La Mendola / Mendelpass

 

Nella insellattura v'era una povera e piccola casa, antico ho­spitium, adibita ad uso osteria, dove, chi avesse voluto, poteva anche passarvi la notte; giacchè l'oste teneva a diposizione dei passaggeri due misere stanzuc­cie, che non gli erano necessarie per la famiglia. Ma ben pochi ne approfittavano; i più non si fer­mavano là che quel tanto che fosse appena necessario per ri­posarsi dalla stanchezza dei cammino e rifociliarsi con un bic­chiere di buon vino e poco cibo.

 

L'osteria era condotta da una famiglia italiana; nè passa­vano di là, di regola, che italiani, per recarsi nella sottoposta valle dell'Adige, donde, sbrigati i loro affari, ritornavano per la medesi­ma via alle case loro.

 

II passo era detto la Méndo­la, nome certo antichissimo ma di oscura etimolagia. Che i tede­schi di Caldáro e di Bolzano al di là dal monte, lo dicessero Mén­del o Méndelpass appena si sa­peva; essi vi passavano di rado, e al doppio nome, ad ogni modo, nessuno badava.

 

E' naturale che sul confine di due nazionalità diverse ogni luo­go o paese porti due nomi; giac­chè ogni popolo ne usa uno suo proprio. Alle volte i due nomi so­no affatto diversi, nati e formati chi sa come e chi sa quando, in­dipendentemente uno dall'altro, presso ciascheduna nazione‑ il più delle volte invece il popolo che giunse dopo adoperò il nome che v'era già prima, adattandolo naturalmente alla pronuncia del­la propria lingua.

 

Così avvenne di «Méndola», cui i tedeschi, arrivati al monti nostri, ridussero a «Méndel» o «Méndel‑pass». E vi arrivarono relativamente tardi. Cominciaro­no essi a scendere dalle pianure della Baviera dal sesto secolo dopo Cristo e mano mano avan­zarono nelle valli dei Tirolo, sosti­tuendosi lentamente alle popola­zioni retiche o reto‑etrusche, che prima le occupavano. In qual tempo siano giunti nella valle dell'Adige e ai monti dell'Anau­nia, non sappiamo; certo è tutta­via che l'elemento retico, o ladi­no ed italiano che vogliasi dire, si manteneva ancora abbondante nella Valle Venosta e a Caldáro nel secolo XV. Chi volesse esa­minare, senza preconcetti o pre­giudizi di nazionalità, i quali trop­po spesso annebbiano la sereni­tà dell'indagine, i libri dello stato civile nella parocchia di Caldáro, che incominciano dallo scorcio dei secolo XVI, troverebbe che ancora in quel tempo, una gran parte della popolazione v'era ita­liana. Solo durante il secolo suc­cessivo l'elemento tedesco pre­se la prevalenza e soverchiò in­teramente l'italiano.

 

Ad ogni modo la Méndola fu lembo di territorio schiettamente italiano sino a poco fa.

 

Le cose mutarono affatto da venti o venticinque anni a questa parte; dopo che venne costruita la bella strada militare carrozza­bile, che congiunge Bolzano coi passo Tonále, e che passa ap­punto per la Méndola.

 

Fu allora che una nobile e ricca famiglia della valle di Non vendette il bosco della Méndola al Comune di Caldáro, per tron­care, si disse, lunghi litigi che vertevano incresciosi su questio­ni di confine. Presto dopo il Co­mune di Caldáro rivendette due grandi appezzamenti di quel bo­sco a due signori tedeschi, i quali vi fabbricarano, con savio accor­gimento, due alberghi per sog­giorno estivo alpino. I due alber­ghi prosperarono rapidamente, si ingrandirono ogni anno di più, at­tirarono un numero sempre mag­giore di forestieri, ai quali offriva­no ed offrono ogni migliore co­modità di vitto ed alloggio, ogni più squisita attrattiva di buon gu­sto e di lusso, da gareggiare cer­tamente coi migliori dei genere. Ai due primi alberghi grandiosi, al­tri tre o quattro minori si aggiun­sero presto, a questi alcune ele­ganti ville private‑ cosicchè, co­struita anche, da un anno fa, la ferrovia funicolare di Caldáro, la quale riduce a meno di due ore il viaggio da Bolzano alla Méndola, che prima ne richiedeva ben set­te, il modesto e solitario passo d'una volta venne in breve tempo trasformato in una delle più stu­pende stazioni alpine che le Alpi nostre possano vantare. Splendi­do il panorama che vi si gode, sia sulla valle dell'Adige sia sulla Val­le di Non, colle creste bizzare e biancheggianti dei Rosengarten da un lato dei gruppo di Brenta dall'altro; folti e ombrosi i boschi di faggi e di abeti che si distendo­no di qua e di là della strada', mor­bidi i prati verdeggianti che vi so­no sparsi di mezzo, attraverso a' quali si sale con dolce pendio all'alta cima dei Rovègn, donde si spiega dinanzi ampio e imponen­te tutto il maestoso anfiteatro del­la catena alpina.

 

A migliaia e migliaia quivi ormai traggono i forestieri nei mesi dell'estate, quali per pas­sarvi una lieta giornata solamen­te, quali per restarvi più settima­ne o mesi in dolce riposo, aspi­rando le fresche e leggere aure imbalsamate dal profumo resino­so dei boschi.

 

Tutta questa numerosa co­lonia estiva è tedesca. Tedeschi, come si è detto, gli albergatori, tedesche, una sola eccettuata, dei barone Salvadori di Trento, le ville, tedeschi tutti i forestieri che, dail'aprile al novembre, d'ora in ora, di giorno in giorno si mutano e rimutano nell'incante­vole soggiorno. Punto o pochissi­mi i forestieri francesi od inglesi, meno ancora gli italiani. Questi nell'anno passato erano dieci o dodici, nè credo ve ne siano mai stati tanti negli anni antecedenti.

 

Che in tali condizioni il no­me di Méndel‑pass abbia caccia­to di posto e sostituito ormai qua­si dei tutto l'antico e modesto no­me di Méndola, non è punto da maravigliarsi. Gli orari della fer­rovia, gli uffici postali e telegrafi­ci, le cartoline illustrate, tutto è fattura tedesca, su tutto c'è Men­del, o Mendelpass, o Mendel­bahn, o Mendelhoff,‑ i giornali tut­ti, tutti i manifesti, grandi o picco­li, semplici o colorati, ripetono questi nomi. Ed è naturale, ed è giusto anche che così sia. Ognu­no ha diritto di usare la propria lingua. Noi dei paese possiamo deplorare la cosa‑ ma pretende­re che i tedeschi dicano Méndola è pretesa ingiusta, ed è assurdo il volere che i forestieri francesi o inglesi, od italiani, i quali non vengono a conoscere questo luo­go che per mezzo dei tedeschi, sappiano che da noi esso è deno­minato «la Méndola». Continuia­mo pure noi a ripetere questo no­stro nome; ma se volevamo che esso si allargasse nel mondo, e fosse adottato da tutti gli italiani, dovevamo costruire noi lassù i nostri alberghi, far stampare noi le nostre cartoline, farlo mettere sugli orari e sui registri postali, e sui manifesti e diffonderne così ovunque la conoscenza colle gui­‑de e coi giornali. Se non io abbia­mo fatto colpa nostra; non levia­mo ora, per carità, inutili piagni­stei, i quali, per quanto generosi e patriottici, non hanno altro ef­fetto che di mettere in maggiore evidenza o l'ignavia o la debolez­za nostra.

 

La Méndola è ormai un lem­bo di suolo italiano che i tedeschi ci hanno tolto. Riconosciamolo rassegnati, e impariamo da que­sto fatto, che un popolo, non solo colle scuole e cogli asili, ma an­che, e forse più, colle strade e cogli alberghi, può conquistare e conservare alla propria naziona­lità, qualche tratto di suolo.

 

Ma se possiamo deplorare questo fatto, non dobbiamo tutta­via, nè rammaricarci nè spaven­tarci di troppo. Le nazionalità nè si conquistano nè si difendono di­sputando palmo a palmo il terre­no sul confine ultimo che le divi­dono. Non tutte le fortezze sono poste proprio sul lembo de' confi­ni: ma nei punti meglio adatti, vi­cine o anche non dei tutto vicine, a questi. E per noi le fortezze so­no le città e le grosse borgate delle nostre valli. In queste oc­corre tenere vivo il sentimento della italianità, la cultura, la vita intellettuale italiana. Quando ciò si faccia, lasciamo pure che l'eco dei nostri monti ripeta all'in­torno, per qualche mese dell'an­no, il rauco suono di una favella forestiera. Nulla questo muterà nelle condizioni etnografiche del­le valli nostre.

 

 

 

Non spaventiamoci. Il carat­tere etnico di un popolo non può mutarsi con piccini espedienti ar­tificiosi. La stessa Valle di Non, per non allontanarci dalla Mén­dola, ne offre la prova. In essa esistettero per oltre cinque seco­li, intramesse violentemente dal­la prepotenza politica, come cu­nei divisori od acidi disolventi, parecchie giurisdizioni tirolesi o patrimoniali, come erano dette. V'era la giurisdizione di Castel­fondo, quella di Flavòn, quella di Sporo, di Mezocorona, altre for­se. Le famiglie dei dinasti quivi erano tedesche, o se italiane, as­sai propense alla nazionalità te­desca‑, tedeschi sempre o quasi sempre i capitani o governatori (Pfleger) messi a reggerle, tede­schi gli ufficiali subalterni, i servi, i dipententi d'ogni specie, tede­sca la corrispondenza ufficiale coi governo dei Tirolo. Ebbene, dopo cinque o sei secoli di tale governo, dal XIII al XIX, chi oggi­d'i può accorgersi che in queste parti della valle, le condizioni et­nografiche della popolazione sia­no minimamente diverse da quel­le delle altre parti che rimasero sempre sotto il governo de' ve­scovi? Egli è che la nazionalità nostra è singolarmente vigorosa e robusta, e non che lasciarsi in­taccare o alterare da elementi stranieri che v'entrino, questi el­la assorbe in se e con se identifi­ca. Una prova sola, fra le molte che potrebbero mettersi innanzi, vogliamo qui addurre.

 

Chi di noi non ha notato, e non ha sentito assai frequente­mente notare, non di rado con aria canzonatoria contro la schietta nazionalità nostra, i mol­ti nomi tedeschi di famiglia che vi sono nel Trentino? I Fuchs, i Landstáter, i Tschurtschentha­ler, i Thaler, i Perger e cento e cento altri ? Or bene, a chi ben guardi, questi nomi appunto sono la prova più evidente della robu­sta, vigorosa e schietta italianità nostra. Queste famiglie vennero certamente fra noi, in tempi quali più quali meno remoti, da terre tedesche, ma esse anzicchè in­taccare la purezza della naziona­lità nostra, furono da questa as­sorbite, e diventarono esse pure italiane;? italiane non solo di lin­gua, di usi e costumi, ma italiane, ciò che assai più vale, di idee, di pensiero, di sentimento, di coltu­ra, di aspirazioni. Percorrete col­lo sguardo i due Elenchi che il Circolo Trentino di Milano pubbli­cò recentemente, l'uno dei Tren­tini che emigrarono, per sottrarsi a un governo che non era loro simpatico, nel Regno d'Italia, do­po che questo fu costituito, l'al­tro, più significante assai, dei Trentini che dal 48 in poi presero parte, come volontari, alle cam­pagne combattute per la indipen­denza italiana, e vedrete quale e quanta bella mostra di sè vi fan­no questi cognomi di forma tede­sca portati da persone ormai di­ventate schiettamente e bella­mente italiane.

 

Ferrara, nel dicembre 1904

Vigilio Inama

 


[ da "La Mendola, residenza imperiale", terzo fascicolo della pubblicazione “Immagini di Cavareno e dintorni", edito nel 1986 a cura della Cassa Rurale di Cavareno, per gentile concessione dell'editore ]

 

 

 

Ultimo aggiornamento Domenica 28 Marzo 2010 20:13